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Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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Andavamo in montagna anche d’estate e il posto era sempre il passo dell’Aprica, avevamo affittato una casa per tutto l’anno, era grande e bella, proprio in centro al paese e no, non era quella di Corvi Battista detto il mort di cui ho già parlato in un altro post che ho portato di qua apposta, questa era la casa del medico condotto. Era una palazzina di tre piani con tanti appartamenti, aveva i caloriferi e i doppi vetri, un giardino tutto intorno e un prato grande sul retro per giocare a pallone con le figlie del dottore che erano tre ma non si chiamavano come quelle della filastrocca. Il dottore aveva anche un maschio che aveva giusto giusto l’età di mio fratello e teneva alla juve, mio fratello no. Sai che non mi ricordo a che squadra tenesse mio fratello? Però non importa ai fini di questo episodio che ti voglio raccontare.

Nel giardino di quella casa ho passato parecchie estati, i primi anni con la nonna, poi con la responsabilità dei miei fratelli più piccoli mentre i miei genitori stavano a Milano a lavorare. Avevamo il conto aperto dal Vegè, il negozio di alimentari in fondo alla via, c’era la moglie del dottore a darci un’occhiata, senza farsi notare, e abbiamo imparato presto a cavarcela. Il venerdì sera arrivavano mamma e papà e nel fine settimana si andava a fare qualche gita nelle valli intorno, si cercavano i funghi e le fragole e poi si mangiava la polenta taragna o i pizzoccheri
Come spesso succede avevamo fatto amicizia con chi abitava lì e anche con chi stava nei dintorni: contando gli inquilini degli altri appartamenti la casa ospitava un bel gruppone di ragazzini di età variabile e facevamo massa, ci vedevano da fuori: la recinzione era fatta di metallo a quadretti e non era nemmeno tanto alta, chiunque era in grado di scavalcarla, anche io che ero piuttosto imbranata e non sapevo andare in bicicletta. Apro una parentesi perché giusto ieri ho ripubblicato un pezzo dove parlavo di andare in bicicletta: ho imparato a cinquant’anni, mannaggia, e invece avrei avuto bisogno di saperlo fare quella volta là, a tredici e poi quattordici, quindici e così via: mi struggevo a vedere le figlie del dottore che andavano a mangiare il gelato dal Carlo Stampa o anche solo a fare un giretto alla sera prima di cena. Che peccato non poter tornare indietro sapendo tutto quello che si è imparato dopo. Chiudo la parentesi che tanto è un bel po’ che non tiro giù la bici, ma ieri mi sono abbonata a quel nuovo servizio di noleggio con la app che si prendono e si mollano dove si vuole, poi ti faccio sapere e comunque chiusa parentesi torniamo alla casa del dottore e al pratone che c’era dietro. A ferragosto si facevano le grigliate, tale e quale l’altro pratino molti anni dopo, i grandi con i grandi e i piccoli con i piccoli e si stava davvero bene.
Sul lato della casa il giardino era più stretto ma più ombroso, da una parte c’era uno spazio per parcheggiare le macchine e lì vicino ci avevano messo qualche panchina, uno o due tavoli con le sedie, un’altalena di ferro pitturata di marrone come la cinta, avevano piantato anche quattro betulle ma erano ancora rade, era la casa stessa che faceva ombra nel pomeriggio mentre il pratone era tutto al sole . 
Capitava che a una certa ora, prima che fosse sera ma dopo che tutti erano tornati dalle passeggiate o avevano finito le attività della giornata, capitava che senza darci appuntamento si finisse in quell’angolo a prendere il fresco, chi sulla panchina, chi sull’altalena, chi a cavalcioni della cinta, chi seduto direttamente nel prato. Non c’era nemmeno bisogno di un aperitivo, si stava lì un po’ e si discorreva del più e del meno. 
Una di quelle volte mi ricordo che c’erano i miei genitori e tre o quattro loro amici, c’era anche la moglie del dottore e una o due delle figlie, c’erano dei ragazzi che avevo conosciuto perché mi davano le ripetizioni di matematica e poi eravamo diventati amici, c’era mia sorella e mio fratello, che aveva più o meno quattordici o quindici anni. Mio padre aveva una macchina americana, ora non saprei dire il nome o la marca ma solo che era nera, aveva il cambio automatico e si poteva stare in tre seduti davanti perché aveva un divano invece dei sedili. Le automobili americane erano così, mio padre le comprava usate da suo fratello che lavorava in un salone: consumavano tantissimo ma erano molto comode e costavano poco. 
E insomma, questa sera che ti voglio raccontare mio fratello a un tratto si alza, va  verso la macchina che era parcheggiata lì davanti e dice a mio padre: la metto all’ombra? Tutti i discorsi si fermano e le teste si girano verso mio padre: mio fratello non aveva nemmeno lontanissimamente l’età per guidare, ma qualche volta l’aveva fatto, con papà accanto e il cambio automatico che ci vuole? Papà fa un sorrisetto e un gesto con la mano, come dire prego, si accomodi. La chiave era dentro, erano tempi in cui col cancello aperto si lasciava la roba incustodita, noi non chiudevamo nemmeno la porta di casa. Tutti si accomodano meglio sulle sedie, o sulla panchina o sull’altalena o dove stanno seduti, per godersi lo spettacolo di mio fratello che sposta la macchina all’ombra.
Eccolo che si avvia spavaldo, apre la portiera, si siede e regola il sedile alla sua breve altezza. Apre il finestrino, appoggia il gomito fuori e accende il motore. La macchina si mette in moto al primo colpo. Funzionano bene le macchine americane, si sente un bel rumore rotondo brum brum. Ecco che si muove in avanti piano, le cromature scintillano, il sole si riflette sul cofano lucidissimo. Ecco che va avanti un po’ più forte, il motore ruggisce che pare una pantera nera, le ruote girano e l'automobile si dirige speditamente verso la recinzione di ferro. Ed ecco che un boato squarcia l'aria di montagna, la recinzione trema, vacilla e poi si inclina, la macchina prosegue e le passa sopra.
Tutti restano fermi, a bocca aperta, senza fiato, tranne la moglie del dottore che si alza urlando la cinta, la cinta!
Mio padre non muove un muscolo. Tutti guardano la macchina, poi lui, poi la signora che è rimasta lì, sul posto ma in piedi, con le braccia alzate come un'invocazione verso la cancellata abbattuta.
Un breve attimo di stallo, son momenti che sembrano sempre più lunghi di quello che sono, è un inganno percettivo dovuto all’intensità dei fatti, ci vuole più tempo a dirlo che a farlo. Mio fratello apre la portiera e scoppia a piangere e questo è il segnale: tutti si alzano e urlano o ridono o saltano o fanno qualsiasi cosa come ti puoi immaginare.

Il prato all’ombra era bagnato, disse poi papà, i freni hanno slittato.

papà la metto all ombra

La foto potrebbe essere di quella volta o di una volta come quella, oppure no, potrebbe essere una storia di fantasia, che importa. In tutte le storie c'è sempre qualcosa di vero e qualcosa di non vero. Di questa foto molte persone non ci sono più, molti anni sono passati, molte cose sono cambiate, come spesso succede.

 

 

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