testata camel

Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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strilloRipubblico ora questo raccontino di paura che avevo scritto il 31 ottobre 2012, non a caso halloween, per un esercizio che aveva queste semplici regole:

1) paura!
2) un numero almeno
3) una parola inventata

Siccome mi piace ancora lo pubblico oggi come se fosse nuovo, senza il solito apparato di commenti originali, critica letteraria, spiegoni eccetera. Va bene lo stesso?

Gatto nero

Ho un gatto nero. Non l'ho scelto io così, anche se i gatti neri mi piacciono molto, è nato dalla mia gatta Astrid - che è tigrata - una notte d'estate di dodici anni fa, in un paesino sulle Alpi francesi. Dunque il mio gatto è francese ma si fa capire molto bene anche in italiano.

Si fa capire perché miagola molto, ogni occasione è buona per dire la sua, che sia un semplice saluto quando mi incontra per strada oppure una richiesta precisa, che sia per la pappa o per farsi aprire una porta o ancora una rimostranza per essere lasciato indietro quando si va a passeggio. Perché Strillo va a passeggio, è un bonus che gli viene riconosciuto da quando ha dato prova di saper tornare a casa da solo, ormai sono molti anni e chi abita qui intorno lo conosce.
È strano, lo so: in città gli animali da compagnia son trattati come bambini piccoli, si vede che vanno a riempire dei vuoti. Io invece li tratto come adolescenti: i miei gatti sanno cavarsela in tante situazioni, chissà cosa farebbero se avessero anche il pollice opponibile: anche questo è strano perché di adolescenti intorno ne ho avuti a ufo.
Ogni tanto però succede che Strillo non torni a casa la sera e non è mai colpa sua. La colpa, è stato dimostrato, è sempre degli esseri umani. Lo vedono in giro da solo, lui è sempre molto gentile e simpatico, si strofina alla gamba, si lascia accarezzare e così lo prendono e se lo portano a casa. Non strofinarti alla gamba degli sconosciuti! gli ho detto mille volte. Lui fa finta di capire ma non mi da mai retta, è pure un po' paraculo, del resto è fatto così.
È due giorni che non ne sappiamo niente. Tornerà tutto allegro con aria indifferente, già lo so, saltando giù dalle braccia di qualche ingenuo animalista che si è preso cura di lui, ma intanto ci fa preoccupare. Il fatto è che oggi è la vigilia di ognisanti, halloween insomma, e purtroppo negli ultimi tempi girano delle voci brutte brutte sui gatti neri e i satanisti la sera di halloween. Son leggende, soprattutto nel web: dicono che ogni anno fanno fuori ventimila gatti neri ma la fonte non l'ho mica trovata. Ventimila gatti neri in una notte è una strage, ci vorrebbero almeno ventimila satanisti, posto che ciascun satanista ammazzi un gatto, ma fossero anche due gatti cadaun satanista, sarebbe una bella squadraccia.
Quindi sì, lo confesso, dubito di questa notizia e però mio figlio, quello non peloso (si fa per dire) e non più adolescente intendo, insiste per andare a vedere in via Muzzi. C'è una villetta sfitta ma non è la casa dei fantasmi, è solo disabitata da qualche anno. È in vendita ma si vede che han chiesto troppo oppure l'agenzia non è molto efficace oppure chi lo sa, sta di fatto che l'immobile si sta lasciando un po' andare. Ci passo davanti sulla strada per la metropolitana: nel cemento del cortiletto si sono aperte grosse crepe e ci crescono delle erbacce alte due metri, le imposte della finestra a pian terreno hanno perso alcune stecche, le altre sono storte e scrostate e tutti i muri, una volta giallini, hanno preso un che di muffa: insomma, la facciata è da rifare e necessita in generale di qualche intervento di manutenzione. Di questa incuria approfittano i gatti del quartiere, forse ci sono i topi in cantina, anzi è probabile, e così è capitato qualche volta di vedere Strillo sdraiato sul tavolino di pietra sotto il gazebo a prendere il sole, insieme a qualche altro suo compagno di merende.
Però non credo che quella villetta sia la sede delle messe nere del quartiere e il fatto che son comparse stelle a cinque punte sui muri non vuol dire, possono essere stati semplici vandali oppure brigatisti nostalgici, chi lo sa. Non è nemmeno per i 666 incisi sul muretto di cinta che ho accettato di andare a vedere, ma solo perché il fuggiasco è stato visto da quelle parti.
Purtroppo da domenica scorsa non c'è più l'ora legale e così alle sei di sera è già quasi buio, meno male che Mario ha preso su una pila. Arriviamo davanti al cancello e dentro sembra tutto a posto, rumori sinistri non ce ne sono e di gatti nemmeno. O meglio. "Guarda là!" mi fa lui.
"Dove?" Anche a me è sembrato di vedere un'ombra girare l'angolo, più che altro si sono mosse le erbe. Ma forse è stato il vento. Per quanto.
Senza smettere di guardare dentro giriamo intorno al giardino e passiamo sul retro. Mario punta la pila sciabolando lampi di luce e tra le frasche compaiono mucchietti di giornali, cartoni, volantini pubblicitari fradici. Chiamiamo forte Strillo e si sente un rumore provenire da dentro o da dietro, forse dal giardino dei vicini. Siamo appoggiati al cancelletto pedonale, si vede che la serratura non funziona più perché è tenuto chiuso da due giri di catena e un lucchetto ruggine. Mario lo tocca e ci rendiamo conto che è aperto, era messo lì per finta e forse non funziona nemmeno, è bloccato.
"Io non entro eh," dico facendo due passi avanti, "è violazione di domicilio sai?"
"Nemmeno io" fa lui spostando un'asse appoggiata come uno scivolo sugli scalini che portano alla verandina. Ma qualcosa da dentro si sente. Fruscii come di cose trascinate sul pavimento. Ma forse è il vento. Quasi sicuramente lo è, ci sono delle imposte rotte, qualche finestra aperta.
"Hai visto?" dice piano, toccandomi il braccio. Stavolta ho visto anch'io. Un bagliore attraverso le stecche rotte della portafinestra del pian terreno, una luce che viene da dentro.
"Saranno i fari delle macchine su via Melchiorre Gioia, sai. Magari dall'altra parte le tapparelle sono aperte" dico, didascalica ma non troppo convinta.
Con un bastone che ha raccattato da terra spinge il battente, apre l'imposta e si vede il buio dentro, non c'è l'anta.
"Ehi, cosa fai?" dico e faccio un passo indietro, "andiamo via dai, tanto non è qui".
Lui alza un dito e si tocca la punta del naso. Mi fermo e lo sento anch'io, stavolta sono sicura, viene proprio da dentro. Viene anche un certo tanfo di muffa, ora che ha aperto si sente bene. E si vede: ancora un chiarore. Ci avviciniamo, lui fa scorrere la luce della torcia sulle pareti, ci sono sagome nere di mobili coperti da teli e in alto, poco sotto il soffitto la scritta ARIM SPOUSEV in caratteri grandi, stampatello, la vernice rossa che cola in lunghe gocce sotto le curve della O e della U.
È stato in quel momento che abbiamo sentito miagolare. Ci siamo guardati, abbiamo gridato Strillo in coro e ci siamo precipitati dentro.
Poi non so, il pavimento ha ceduto e siamo caduti nel buio, un rumore pazzesco, pezzi di legno che volavano, polvere, calcinacci, muffa. Ma soprattutto rumore e spavento e puzza. Abbiamo urlato, ovviamente. Mentre cadevamo. Io anche dopo, ho sentito malissimo a una gamba, mi sono trovata sdraiata su una superficie accidentata ma c’era buio pesto e sentivo solo la puzza di muffa e di terra bagnata e il dolore martellante alla gamba e al piede e alla caviglia.
Ho chiamato Mario, prima piano e poi urlando. Niente.
Per fortuna avevo il cellulare nella tasca dei pantaloni, l’ho tirato fuori per illuminare intorno. Siamo in un ambiente abbastanza grande, con il soffitto basso, ci sono scatoloni e casse di legno e fagotti informi di stoffa o cartone. Mario è una sagoma scomposta sul pavimento nero di terra. Cerco di alzarmi in piedi mettendo tutto il peso sulla gamba che mi fa meno male, mi appoggio a uno scaffale sbilenco nel mezzo della stanza ma non ce la faccio, ricado giù e allora mi metto a strisciare. Mi avvicino a mio figlio trascinandomi sulle braccia, sembra addormentato. Lo tocco e poi lo scuoto, non lo so se ha perso i sensi, se è svenuto o cosa. C’è un tanfo che prende la gola, faccio fatica a respirare: sembra muffa ma anche uova marce o spazzatura, che schifo. C’è umido e fa freddo.
Provo a telefonare a qualcuno per chiedere aiuto, prima a Massimo e poi direttamente al 118, mando un sms poi una mail, un messaggino con whatsapp, le provo tutte ma qui sotto il telefono non prende, non prende nemmeno internet, ci deve essere un qualche tipo di barriera elettromagnetica, vai a sapere cosa.
Sono seduta per terra vicino a Mario, gli tocco la mano, la muovo piano per vedere se si sveglia, la accarezzo. La pila è rotolata poco più in là, sono riuscita a riprenderla ma non si accende più, si è rotta.
Io adesso non so bene cosa fare, ho provato a vedere da che parte si esce, più a tastoni che altro, cerco di risparmiare la batteria del telefono. Non vedo porte e nemmeno finestre, ovviamente, siamo sottoterra. Ho percorso strisciando tutto il perimetro, tastando le pareti con le mani, sembra che da tre parti ci sia muro grezzo, lascia la polvere sulle dita e l’odore di muffa aumenta quando lo gratto. La quarta parete sembra di metallo, è più liscia e ci sono delle file regolari di borchie o teste di chiodi. Non ho trovato maniglie né serrature e nemmeno scale, non so se c’è una qualche botola ma temo che l’unico modo di uscire di qui sia il buco dal quale siamo entrati.
Mi siedo di nuovo vicino a Mario, gli tocco la fronte. Mi viene da piangere, non so cosa fare, penso che domani mattina un po’ di luce dovrebbe filtrare dentro, potrei cercare di ammassare gli oggetti che ci sono qui per fare una specie di montagna su cui arrampicarmi. Ma adesso non me la sento, la gamba mi pulsa e mi fa male anche una spalla. Se solo Mario mi rispondesse, se solo non avesse la testa così storta sul collo.
Il buio è tremendo e se sto ferma sento picchiare, dev’essere quella imposta del pian terreno che sbatte col vento. Sento anche dei fruscii. Qualcosa si muove, gratta, saranno i topi o gli scarafaggi, con questa puzza che c’è ci saranno pure carogne in decomposizione.
Sto scrivendo queste cose nel blocco note del telefono, per farmi coraggio. Non ce la faccio ad aspettare al buio e speriamo che la batteria non finisca prima di domani mattina. Nel buio i rumori sembrano più forti e la suggestione mi fa immaginare cose improbabili, come questo odore orrendo che sento, adesso mi sembra sappia di zolfo o etere e ci potrebbe pure essere il radon ma lo so che è la stessa puzza di prima, devo mantenere il sangue freddo e l’immaginazione ferma. Non devo pensare che è la puzza che fa venire sonno, credo sia lo shock della caduta e tutto il resto. Vorrei poter portare Mario in ospedale, forse sta molto male e non posso fare niente. Però non si lamenta, poverino. Mi appoggio a lui, fa tanto freddo e ci sono dei rumori, mi sembra di vedere una luce, mi sembra di sentire anche dei passi ma è molto improbabile che ci sia qualcuno e poi ho tanto sonno, chiudo gli occhi solo un momento, mi riposo un pochino e poi

 

 

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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