testata camel

Nel tempo presente sono al mare con mia mamma. Si tratta sempre e comunque di un presente letterario e non di un presente storico, nella storia che ti voglio raccontare sono al mare con la mia mamma letteraria e mi fa piacere ricordare di un'altra volta, circa cinque anni fa, in cui io personaggio letterario raccontavo di una mia madre personaggio letterario che guidava una macchina che non era una Prinz verde. Tutto questo per avere la scusa di parlarti di un nuovo esercizio di scrittura, per accidente casuale con dentro il verde e per difficoltà d'esecuzione senza dentro una cosa, a piacere. Prima il mio esercizio e dopo lo spiegone. Nella foto il verde della visuale letteraria che mi riscalda il cuore.
Chi mi dice che sono postmoderna è un personaggio letterario.

eds della prinz verde un esercizio di scrittura col cappello in testa

Te la ricordi la prinz verde, quella guidata dal vecchio col cappello in testa? Era sempre davanti al semaforo e quando scattava il verde grattava la prima e si spegneva. Era quella che si portava ordinatamente sulla destra e poi girava a sinistra, tagliandoti la strada. Era quella targata MIA0 quando ormai le province sulle macchine non le mettevano più. Era quella che tutta la settimana stava nascosta sotto la copertina. Te la ricordi la copertina? E il cane che muoveva la testa avanti e indietro, te lo ricordi quello?

La Prinz verde mi ha fatto pensare a mia madre. Non aveva una Prinz, figurati. Quella volta avevamo una millecinque lunga e non era tutta sua, era la macchina della famiglia. Ma forse era successo anche prima, questa storia è successa quando avevamo la milletrè, difatti mi è stata raccontata, non l'ho vissuta di persona.

Quando avevamo la milletrè io potevo giocare in strada con gli altri bambini, con le bambine soprattutto. C'era una che si chiamava Ombretta e abitava al quarto piano, abitava nell'appartamento di fianco a dove vive mia madre adesso. Lo stesso caseggiato dove stavamo noi prima. Prima di cosa. Eh, prima. Se fossi po' più vecchia potrei dire prima della guerra, come dicevano loro, i grandi, quando io ero così piccola che pensavano non capissi. Io sentivo, capivo, se non tutto, molto. Ma non posso dirlo perché prima della guerra quella casa lì non esisteva nemmeno, quella era una casa nuova, una casa del bum. Ombretta era grande come me e a merenda mangiava pane e Certosa. A me il formaggio non piaceva molto, quello molle poi non lo potevo vedere, mi faceva proprio schifo. Ma lei a merenda mangiava pane e Certosa e una volta che ero scesa al quarto piano l'avevo mangiato anch'io e non avevo detto niente. Col pane non era neanche tanto molle.

In strada giocavamo tra noi, soprattutto a difenderci dai maschi. Venivano con le cerbottane e ci soffiano addosso i bussolotti. A carnevale cercavano di darci in testa i manganelli di gomma a forma di clava, ma più leggeri. Noi non glielo lasciavamo fare, scappavamo. Come le barzellette sui cavernicoli. Scappavamo dentro la milletrè di mio padre, che la lasciava sul marciapiede lì davanti e la lasciava aperta. Saltavamo dentro in fretta e poi chiudevamo il pirulino, così loro erano fregati. Appoggiavano le mani ai vetri e ci facevano le boccacce, vedevamo le dita piatte e bianche, le impronte digitali e le macchie di inchiostro tra l'indice e il medio. La milletrè era bianca con gli interni di stoffa marrone, forse di velluto a costine. Stavamo lì un po' ma non molto, i maschi si stufavano subito di aspettare. Uscivamo e andavamo dal lattaio a comprare le scarpette di liquirizia o le sorpresine. Le scarpette costavano una lira l'una ma ne dovevi comprare almeno cinque perché le monete da una lira non esistevano più. Le sorpresine invece costavano venti lire, erano buste di carta a fiorellini con dentro un giocattolo e una caramella, come l'uovo kinder ma senza cioccolato. Il lattaio aveva un garzone che gli mancava una mano e ci portava il latte a casa, noi lo chiamavamo il monco ma mia madre non voleva.

Mia madre aveva paura a guidare, ha sempre avuto paura da quando mi ricordo. Infatti appena ho preso la patente ho dovuto guidare io e l'ho sempre accompagnata dappertutto, fino a che ho avuto la macchina. Ma prima no, prima guidava lei anche se aveva paura. Guidava tenendosi forte al volante, si faceva venire le nocchie viola tanto stringeva, aveva paura che qualcuno glielo portasse via? Io adesso lo so perché aveva così paura, era perché ci vedeva male. Anche io quando ci vedevo male avevo paura, poi ho comprato degli occhiali più potenti. Ma prima no, c'è da capirla.

Così mia madre guidava come quelli con la Prinz verde, abbarbicata al volante, con il collo piegato in avanti, come se volesse poggiare la fronte sul parabrezza, e allo stesso modo andava molto piano, frenava a ogni cosa strana che attraversava il suo campo visivo anche se era fuori portata, lontano o sul marciapiede, se cadeva una foglia lei frenava, se una massaia stendeva un lenzuolo sul balcone, se un negoziante apriva la saracinesca, se un cane usciva da un portone, lei pestava sul pedale. Dietro le suonavano ma lei non sentiva, le sudavano le mani.

Aveva paura anche a parcheggiare, e ho detto tutto. Una volta, non so dire in che via fosse successo esattamente perché me l'hanno raccontato ma era vicino a casa, non nella nostra via ma in quella a fianco, e non era nemmeno da sola ma non so più con chi. Di certo non era sola, altrimenti non l'avrei sentito dire, ti pare che l'avrebbe raccontato lei? Ma non era con mio padre, altrimenti avrebbe guidato lui e non sarebbe successo niente. Mettiamo che fosse con mia nonna, anzi è probabile, mia nonna non aveva la patente, non l'ha mai avuta e questo è strano dato il suo carattere dominante, ma non troppo strano dati gli anni in cui ha vissuto. Quindi mia madre e mia nonna tornano a casa dopo aver fatto spese, o forse erano andate in visita da qualche parente, a trovare qualche donna che aveva partorito. Mia madre al massimo della fibrillazione perché mia nonna per tutto il tragitto le ha fatto notare come non avrebbe dovuto guidare, e la strada sbagliata che non avrebbe dovuto prendere, e la freccia che non ha messo e la precedenza che non ha dato oppure ha dato indebitamente. Me la immagino mia nonna, più che criticare mia nonna demoliva. Mia nonna era Beppe Grillo, per dire. E mia mamma zitta, sudata, contratta come una molla dentro la scatola del babau.

Ma arrivano sane e salve fino alla via di casa, e non c'è parcheggio e così vanno un po' avanti e trovano un posto lì vicino, e mia mamma che si predispone per la manovra, un po' avanti, un po' indietro, un po' di sterzo, guarda lo specchietto, la nonna che dice avanti avanti, indietro indietro, avanti sterza, no troppo, frena. La mamma che non capisce più se ha la marcia avanti o la retro e invece che frenare molla la frizione e la milletrè va a toccare un po' forte la macchina dietro, quella con la copertina. Il motore si è spento da solo. Nell'aria un rumore come quelle gazze in certi documentari, o come i campanellini delle slitte in Russia, ricordo di altri documentari. Un rumore, come dire, argentino.

Scendono entrambe a vedere. Toccano la copertina, non hanno il coraggio di alzarla, non la alzano infatti.

Sull'asfalto una miriade di vetrini bianchi e rossi.

[edit originale dopo rimostranze letterarie] Non è vero che mia mamma guidava piano, è chiaramente una finzione subordinata alle mie esigenze narrative. Non è vero quasi niente di quello che c'è scritto qui sopra, a parte la Certosa che però adesso mi piace molto. Lo dico perché l'ha letto e si è un po' adombrata: mamma, lo sappiamo tutti che guidavi come Nuvolari, chi ti stava dietro a te?

Lo spiegone

Il colore dell'eds di febbraio è il verde proverbio, i proverbi sono verdi perché ci arrivano dalla tradizione e le nostre origini tradizionali sono contadine, hanno a che fare con i cicli della natura, con la raccolta, la semina, le fasi lunari, l'allevamento degli animali. Per questo motivo i proverbi degli Inuit sono bianchi, credo. Invece i modi che hanno di chiamare la neve sono solo due, che figuraccia per Smilla, chi l'avrebbe mai detto: non erano parole ma strutture complesse, l'errore era inserirle nei nostri schemi grammaticali come fossero nostre.
A scavare appena un po' si scopre che tutto quello che sembrava vero era invece un malinteso, nel migliore dei casi qualcosa che poggiava i fondamenti su nozioni antiche o superficiali, date per acquisite e invece sbagliate: gli spinaci pieni di ferro? ma quando mai.
Tutto questo non c'entra con l'eds, l'ho messo solo per ricordarti di evitare i luoghi comuni e il qualunquismo, per esortarti a controllare sempre tutto prima di scrivere. Le teorie cambiano, tocca anche aggiornarsi.
L'eds, dicevamo, deve avere dentro una cosa verde, ma solo per mantenere il nostro filo conduttore. L'importante è il mancante: vorrei che nel raccontino che scrivi ci fosse una omissione, qualcosa di sottinteso ma che si capisce dal contesto. Non un indovinello, sia chiaro. Quella cosa che chiamiamo "non detto" perché un po' è inesprimibile e un po' è tutto quel che lasciamo fuori dalla storia ma c'è. Quel senso di minaccia di cui parlava Carver, ma anche solo il rispetto per il lettore, che non è mica scemo e ci può arrivare da sé, può unire i puntini che tu gli metti e si diverte di più se la lettura richiede un minimo di impegno, riempire i buchi offre un piacere aggiuntivo.
Per me è anche uno dei criteri che distingue un racconto da un romanzo: il mondo che costruisci resta quasi tutto fuori dalla storia, lo puoi far intuire fornendo gli indizi e basta davvero poco. Per esempio, se dici che il tuo personaggio deve fare i compiti, si capisce subito che è una persona giovane, che ha grossomodo più di 6 anni e meno di 20. Potrebbe invece essere tuttaltro e puoi spiazzare il lettore, partendo in un modo e poi sterzando a zig zag, per esempio che quello là che doveva fare i compiti era iscritto all'università della terza età ma sto divagando, non è questo che voglio da te.
Per riuscire bene in questa operazione dobbiamo avere sempre presente chi è il nostro lettore, che tipo di cultura possiamo avere in comune, altrimenti rischiamo di creare dei buchi troppo profondi e il testo gli riuscirà troppo difficile o faticoso, oppure gli facciamo una pappetta troppo facile e ingenua, che noia. L'extratesto comune insomma, il motivo per cui è normale che quello che scriviamo piaccia ai nostri amici: hanno facilmente la nostra età, vivono nello stesso posto, conoscono lo stesso ambiente, leggono perfino gli stessi libri, per forza, glieli prestiamo noi!
Qui siamo tutti amici quindi è più facile, allora scrivi questo eds che:

- contenga qualcosa di verde
- tralasci di dire o spiegare nel dettaglio un mondo o una piccola cosa
- mettilo nel blog
- facciamo entro il 18 febbraio, è un martedì, va bene alle nove di sera?

Questa volta metto un altro paletto: non vale consegnare prima di quattro giorni, cioè prima di mercoledì 5 febbraio: lo faccio per te che ci hai la scrittura precox: trattienilo un po' lì, rileggilo, accarezzalo, pensaci su, lascialo maturare e vedrai che verrà fuori più forte e più grande che mai.

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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