it.arti.scrivere

it.arti.scrivere, per gli amici IAS, è un newsgrup di usenet fondato da Mafe de Baggis 31 marzo 1998. I newsgroup, come dice la parola stessa, erano - e sono ancora, per pochi irriducibili - gruppi di discussione che funzionano come una specie di bacheca di facebook ma senza figure e con molte più parole. Se davvero ti interessa saperlo vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Newsgroup. Quando internet era un fenomeno per pochi nerd, entrare i contatto con degli sconosciuti e scoprire che erano persone come te era un'emozione fortissima, unica e mai più ripetibile: una specie di perdita dell'innocenza che ha fatto diventare grandi molte persone e ha mantenuto bambine tutte le altre, la maggior parte oserei dire.

 

  • 11 songs

    Un esercizio di stile di it.arti.scrivere chiedeva di raccontare qualcosa sulle 11 canzoni che hanno avuto un ruolo nella nostra formazione: ecco le mie


    A carnevale davano le manganellate alle ragazze. Bambine, dovrei dire. Io non lo sopportavo. Era una specie di disonore. Con mia sorella facevo lunghe deviazioni per evitare l'onta, tentavamo ogni espediente per arrivare a casa salve. Ma a carnevale c'erano anche le feste e quella volta ero sola, col mio vestito di velluto blu e il portadischi, una specie di valigetta piena di 45 giri. Davide era biondo e sfrontato, occhi azzurri che mi scioglievano come un ghiacciolo al tamarindo lasciato sul muretto alle due del pomeriggio d'agosto. Però le manganellate no, no e no. Usai il portadischi prima come uno scudo e poi come una clava: lo buttai giù dalla bici ma la valigetta si aprì e tutti i dischi si sparsero sul marciapiede. Inghiottendo lacrime che non "dovevano" uscire gli dicevo: Hai visto cosa hai combinato? eh? hai visto? E lui, mentre mi aiutava a raccoglierli: Ti prego, lasciatene dare almeno una, almeno una, ti prego!

    NO.

    - Nel portadischi: Yesterday, The Beatles.

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  • Fiat 124

    Un EDS di it.arti.scrivere sul tema FIAT promosso da quello che oggi chiamiamo Dario ma a febbraio 2003 era per tutti Lubna. Io l'ho risolto facendo la cover di una fiaba della mia tradizione familiare che si intitolava Naso Marcio che anche Italo Calvino cita nella sua raccolta Fiabe Italiane. Il titolo originale era La Chiave

    edit agosto 2017

    C'era una volta un contabile prepensionato che aveva tre figlie da marito.
    La prima si chiamava Morella, era alta e aveva grandi fianchi. Faceva la contabile, come il babbo.
    La seconda si chiamava Ginestra, era pallida e magra, faceva la telefonista in un call center.
    La terza era bionda e delicata, si chiamava Miele e faceva l'apprendista.
    Una sera il contabile prepensionato ando' al bar sport, davano la partita della sua squadra del cuore su tele+.

    Stava commentando ad alta voce la virtu' della moglie, della figlia, della mamma e dell'oculista dell'arbitro che aveva appena concesso un rigore assolutamente opinabile alla squadra avversaria, quando un uomo alto con un cappotto nero allontano' una delle seggiole di pertinenza del suo tavolino: "Permette?"

    Il contabile sollevo' la testa lasciando a mezzo l'ultima considerazione sull'onesta' delle cugine di terzo grado del gia' citato individuo in calzoncini corti: era un tipo burbero e gli piaceva guardare la partita da solo, ma due pupille d'ossidiana lo trapassarono da parte a parte, mandandolo nudo dal fuoco al freddo e dal freddo al fuoco come una sauna norvegese. Boccheggio', ammicco', scrollo' la testa e preso un gran respiro d'interpunzione fini' la sua litania imprecativa con un: "Prego, e' libera."
    Dopo alcuni cognacchini, due goal, un'espulsione e parecchi ulteriori svarioni arbitrali erano amici di sangue.

    L'uomo in nero divento' assiduo frequentatore del bar, prima, e della casa del contabile, poi.

    La sera del ventesimo compleanno di Morella suono' alla porta con un pacchetto di paste nella destra e un astuccio di velluto blu contenente un anello con zircone e coppia di zaffiri nella tasca sinistra del cappotto nero. La dichiarazione fu fatta tra la frutta e il dolce e il fidanzamento consumato dopo cena.

    Sul treno che riportava la coppietta dal viaggio di nozze l'uomo in nero estrasse dal taschino una chiave, meta' di plastica e meta' di ferro. La mostro' alla sua bella: "Sai cos'e' questa?"

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  • Il marito

    Questo era un eds di it.arti.scrivere promosso da Fabrizio Patriarca, un giovanotto che successivamente ha pubblicato anche qualche libro. Aveva cominciato la serie descrivendo vari tipi di fidanzata, altre han continuato parlando male dei fidanzati, io ho fatto la mia parte con questo e qualcuno, a seguire, ha detto tutto sui mariti delle altre...

    Il marito (Maritus coniugalis coniugatus) discende direttamente dalle scimmie senza passare per Lucy, e questo lo può facilmente postulare qualsiasi moglie guardandone uno alla mattina presto prima del caffè.

    Esistono due specie distinte di mariti: i mariti propri (Maritus coniugatus) e i mariti delle altre (Maritus efficientissimus), di cui si hanno notizie solo per sentito dire o per averli visti al supermercato guidare carrelli stracolmi con amorevole premura. In questa trattazione mi occuperò principalmente dei mariti propri, di cui posso produrre documentazione certa e ampia letteratura.

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  • L'ortensia

    Esco in terrazzo. Non sono propriamente irritata. C'e' in fondo in fondo una piccola malinconia latente, che non so ne' voglio definire. Paturnie.
    Guardare le mie foglie fumando una sigaretta, ecco quello che ci vuole.
    Ci sarebbe da piantare l'ortensia nuova, che ho comprato ieri al lago. E' gia' fiorita, pompata di concimi chimici e calore di serra. Azzurro chiaro tendente al bianco. Ci scommetto che poi diventera' rosa, come le altre. Non riesco mai ad avere ortensie del preciso colore che vorrei. Non importa, va bene anche cosi'.
    No, non adesso. Sono vestita da ufficio, e non ho voglia di andare a prendere i guanti. Daro' solo un'occhiata in giro. Magari tolgo qualche rametto secco. O strappo le erbacce, per fare posto alla nuova venuta.
    I mughetti sono tutti aperti, ci immergo il naso e respiro. Funzionano ancora, funzionano sempre, ogni anno rinascono, e io non devo far altro che stare a guardare, incredula. Sono gli stessi che annusavo da bambina sul balcone di mia nonna. Lo stesso vaso, una zolla compatta piena di bulbi. I mughetti di mia nonna funzionano ancora, e hanno piu' di vent'anni, forse trenta.
    L'ortensia pero' e' un po' moscia, se non la trapianto dovrei bagnarla, ma se l'annaffio poi faro' piu' fatica a staccare la zolla dal vaso.
    No, magari piu' tardi. Non basta fare il buco con la paletta, devo anche sradicare quella mezza morta che c'era prima. Provo a tirare il cespuglio, ma e' saldo, non vuole. Tolgo fili d'erba verde pallido e altri teneri arboscelli indesiderati, che sono qui per soffocare la mia ortensia, per rubarle spazio, acqua e nutrimento. Cavo via la terra con la paletta, tento di circoscrivere la zolla. Resiste caparbia.
    Hai capito male, non e' ancora nata la radice che puo' farmi desistere.
    Infilo le mani sotto la base e cerco di strappare le diramazioni piu' fini. Appoggio un piede sulla vasca e tiro con tutto il peso, facendo leva, ma solo un rametto si spezza, e per il contraccolpo cado all'indietro, in mezzo alla terra schizzata.
    E no eh, cosi' non vale.

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  • Le bugie: natura o cultura?

    Per il primo EDS del confessore, di cui ho già parlato anche qui, avevo scritto due racconti: uno era Va tutto bene e l'altro era questo sulla natura della bugia.

    Io credo che la bugia appartenga alla natura e pertanto sia un fenomeno al quale non si possa porre rimedio. Ne ho le prove.
    Gli animali, per esempio, mentono. E perfino alcune piante. Si potra' obiettare che e' iscritto nel rispettivo codice genetico se certi insetti si travestono da foglie o rametti secchi per catturare le loro prede o certi fiori si truccano da farfalle per attirarne un gran numero e garantirsi una sicura impollinazione (che poi, come ci insegnavano da bambini, e' sempre questo il motore che fa girare il mondo) e comunque il mimetismo del regno animale non ha niente a che vedere con quello di un signore che cerca di assumere lo stesso colore della tappezzeria vedendo la propria moglie entrare nel locale dove e' gia' in ottima compagnia, sebbene si tratti in entrambi i casi di istinto di sopravvivenza.

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  • Lui e me

    Apparso per la prima volta su it.arti.scrivere il 10 marzo 2002, la sfida era: riuscirò a scrivere un diario adolescenziale in modo orginale e straniante?
    Tu che ne dici, nuovo lettore che passi di qui senza lasciare un segno?

    Edit agosto 2017


    Quando lo vidi per la prima volta eravamo al cinema, e devo ammettere che mi lasciò abbastanza sbalordita, non tanto perché non avessi previsto di imbattermi in lui: anche se non era continuamente nei miei pensieri sapevo che prima o poi sarebbe successo. Il fatto è che ero una ragazzina ignara e me lo immaginavo del tutto diverso: non mi aspettavo il pelo. Certo, a posteriori posso considerare che si trattò di vera e propria ignoranza: avevo ben quindici anni e sarebbe bastata una semplice comparazione di reciprocità per intuire l'evidente. Ma, come dicevo, non ci avevo mai pensato e i miei modelli di riferimento si basavano su osservazioni sperimentali piuttosto datate, per questo, ora lo so, completamente inattendibili.

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  • Non ho tempo per la nemesi

    Di questa poesia a tempo debito avevo fatto anche una felpa, il mio amico Filo compiva 40 anni. Tempo ne è passato ma siamo ancora noi, quindi va bene mettere a posto le cose, tenerle care e non buttarle via.

    edit 23 agosto 2017

    filo

    Qualsiasizzarmi nella folla
    E' il mio unico obiettivo.
    Trasparire come bolla
    Vegetare sinche' vivo.

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  • Quando suoni la chitarra

    Questo EDS viene da it.arti.scrivere ma non mi ricordo la data, fai conto che la prima edizione si sia persa nella notte dei tempi a cavallo tra il secolo scorso e quello corrente. Il tema chiedeva un racconto con un po' di erotismo - il mio svolgimento è stato piuttosto inadempiente, va detto.

    edit agosto 2017

    Perche' quando suoni la chitarra guardi solo me?
    Mi sorridi, la testa piegata da un lato, e io sento, e seguo, solo la tua voce in mezzo al coro sgangherato.
    Che significa quella fossetta che ti compare all'angolo della bocca quando canti che hai due anime e un sesso
    e di ramo duro il cuore? Quella fossetta mi punge come un ago sottile e il pizzichino mi scende giu' in fondo. Senza volerlo mi manca la voce.
    Che sciocca. Che c'entra?
    Perche' quando canti, e suoni, anche se gli altri urlano e il fuoco si spegne la tua voce e' bassa e calda.
    Io la sento, e mi smuove un po' dentro. Che cosa non so bene, pero' mi tenta. Eccome.
    Le tue mani sfiorano la pancia della chitarra. Se le guardo mi confondo, e perdo il tempo.
    Cosi' resto incollata ai tuoi occhi, il respiro appeso al tuo respiro e le parole che credevo di non sapere escono da sole, abbracciate alle tue, fuse e accordate come un tasto solo.
    Ma lo vedo solo io quel riflesso che ti fa baluginare gli occhi quando canti cara amica il tempo prende il tempo dà? Quel bagliore mi abbronza, anzi mi scotta. E la fronte mi bolle. Devo cambiare posizione, stringere le gambe tra le braccia, e la voce mi diventa un filo sottile. Sara' Guccini, o sei tu, quest'effetto strano e piacevole di calore che mi fa rabbrividire?

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  • Va tutto bene

    La prima edizione di questo raccontino è stata scritta per l'EDS bugie nel gruppo it.arti.scrivere: i primi giorni di ottobre dell'anno duemila nasceva il "confessore", un sistema che avevo ideato per rendere anonimi i racconti, almeno temporaneamente, incoraggiando i commenti spassionati a prescindere dalla reputazione degli scrittori. Questo esercizio di scrittura doveva dunque - per me - sottostare a due regole: attenersi al tema dato, "bugie" e mimetizzarsi in modo da non far capire subito che l'autore ero io.

    Edit 6 agosto 2017

     

    Lasciami giu' qui
    E' la solita prudenza
    Loro senza me, hai detto
    E' un problema di coscienza.
    Certo che lo so, certo che lo so
    Non ti preoccupare
    Tanto avro' da lavorare...

     

    "Si', sono d'accordo, e' cosi' anche per me". Annuiva e guardava le foglie fradice incollate alla strada tra le pozzanghere iridescenti.
    "Lo sapevamo che non sarebbe stato per sempre, ti ricordi?"
    "Certo che mi ricordo. Te l'ho detto, anch'io sono un po' stanco. Va bene anche a me."
    Erano arrivati senza accorgersene in fondo alla via, e un grande prato incolto si stendeva davanti a loro. La pioggia aveva lasciato l'aria trasparente e la riga di nuvole nere si stava allontanando. Il fango pero' era ancora fresco, lo sentivano viscido sotto le scarpe.
    Si erano fermati e si fronteggiavano indecisi se tornare indietro o costeggiare il prato lungo il sentiero.
    "Devi andare?"
    "No, sarei libera ancora per un po'. Se devi andare tu, pero'..."
    "No, no, io resterei volentieri. Non fa freddo."
    "Si', si sta ancora bene."
    Stava per darle la mano, poi invece lascio' stare e la mise in tasca, sentendosi goffo.
    "Camminiamo ancora un po', ti va?" disse lei prendendolo a braccetto, "Posso appoggiarmi? Ho paura di scivolare."
    Le strinse un attimo il braccio, e poi camminarono piano lungo il prato umido.
    Le rondini gridavano tracciando rotte irregolari nel cielo chiaro.

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  • wikka

    Gordon Comstock è l'ultimo degli irriducibili.
    Diceva "Eh, una volta ci si trovava giù al bar di usenet, si facevano due chiacchiere, si beveva un cicchetto. Adesso vi siete fatti tutti il blog, non scendete più in piazza, vi andate a trovare a casa uno con l'altro e vi offrite il tè. Siete diventati vecchi, tutti convenevoli e vecchi merletti."
    Sarà anche così, Gordon, la vita va avanti. Non ci si può fermare. Stiamo al uebduepuntozero, non te l'hanno detto baby?
    Epperò alla fine l'è istess. Quando una cosa è bella, è bella e basta. Come questo tuo vecchio pezzo che voglio mettere qui, anche se sta già là a imperitura memoria. Ti offro un nuovo pubblico, magari meno smaliziato. Fai che sia una sortita, un blitz, una ospitata come da Fabio Fazio.
    Immaginati la Filippa che annuncia: Cari blogspettatori, ecco a voi: Gordon Comstock con uno dei suoi pezzi più belli: Wikka!

    E dopo dieci anni rivivo di nuovo il revival. Ho riletto il pezzo e mi sembra ancora bellissimo, preveggente e, se possibile, ancora più attuale, mi fa emozionare e commuovere come la prima volta che l'ho letto. Ho aggiunto direttamente in coda il commento che Gordon aveva mandato in occasione del repost, chissà se avrà voglia di aggiungere qualcosa anche stavolta: non è su facebook - sempre irriducibile, ma proverò a stanarlo su twitter... Edit 29 agosto 2017

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