Scritturine

Cose che ho scritto io

  • A pesca con papà

    Mio padre ha sempre pescato. Da quando la mia memoria può dare un senso al passato, canne da pesca, cestini puzzolenti, pesciolini vivi natanti nel bidet di casa hanno fatto parte degli accessori di cui era corredato papà.
    Ci sono vecchie foto di famiglia in cui si vede papà che confronta il Dedo con un grosso pesce, tenendolo per coda (il pesce, non mio fratello).
    Comunque era più alto il bambino.

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  • Amori impossibili

    “E perché sono sempre gli amori impossibili quelli che danno e prendono di più, dai retta a me, anche se sono un vecchio ubriacone, lo so” e intanto che parlava spiluccava le briciole sulla tovaglia di plastica unta, le prendeva a una a una e le spillaccherava, le rotolava tra le dita gialle di nicotina, le rollava dentro nel portacenere pieno di cicche sulla tovaglia a quadretti di quell'osteria all'aperto, sotto un pergolato di foglie polverose, con le macchine che passavano poco più in là e io lo guardavo ipnotizzata da quel gesto, guardavo le sue dita raccogliere la briciola, appallottolarla e poi il portacenere pieno e gli occhi rossi e umidi di un vecchio ubriacone che parlava dell'amore.

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  • Basta ortensie!

    Le ortensie sono morte. Erano lì da troppi anni, a parte una che avevo piantato meno tempo fa e che comunque è schiattata anche lei.
    Per un po' mi sono baloccata con l'idea di comprarne di nuove, magari azzurre, visto che non sono mai riuscita a averle di quel colore. Ma poi basta ortensie, si può anche cambiare. Anzi, si deve!

    basta ortensie

     

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  • Che tu sia per me l'ombrello

     

    che tu sia per me ombrelloNon c'entra con romanzo di Grossman ma si vede che questo titolo mi gira in testa da giorni e se ne ho voglia lo abuso, posso fare come mi pare tanto è un pretesto per parlare di ombrelli. Non è il primo pezzo che ci scrivo sopra ma stavolta voglio dire un'altra cosa. Va detto che oggi piove. Va detto anche che sto scrivendo in tram. Il due. Al solito. E' lentissimo, sta fermo per dei cinque minuti e io mi rumino questo testo, questa cosa che voglio scrivere sugli ombrelli ma non ho carta e matita, non ho nemmeno una biro e così scrivo sul telefonino, scrivo col T9 e ogni tanto ridacchio per le proposte sceme che mi fa. Apro una nuova nota che non mi fido, non vorrei che a un certo punto mi cancellasse tutto, come del resto mi succede sempre: penso una storia bellissima poi arrivo a casa e ho da fare, devo cucinare o lavorare, sistemare, non posso mai mettermi subito lì a trascriverla e me la dimentico, va sempre a finire così: eliminata, perduta per sempre o mai nata, oscuro collegamento tra sinapsi rimasto inedito. Allora scrivo questi appunti nelle note, non mando direttamente il post dal telefonino perché sui miei testi mi piace lavorarci, non è una comunicazione di servizio questa, è una cosa a cui tengo, come tutte quelle che scrivo, qui o altrove. Poi la ricopierò dentro una mail vuota, non nella videoscrittura, me l'ha insegnato Bartelio che a scrivere dentro una mail si riesce a starci più vicini alle cose e siccome lui è bravo a scrivere lo faccio anche io, tanto che mi costa? Mi costa il correttore ortografico di word ma non importa, la correggo io con più attenzione e pazienza.

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  • Come nascono i bambini?

    Le congetture che avevo maturato sulla base delle scarse ma non inesatte informazioni che ero riuscita a procurarmi riguardavano soprattutto il modo in cui il semino entrava nel benedetto ovino. Perché la mia famiglia, progressista per l'epoca, non mi aveva mai parlato di cicogne, che cavolo!
    C'erano il semino e l'ovino nella pancia della mamma, che peraltro era lì da vedere bella tonda e grande come anguria matura.

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  • Cose che succedono a chi è posseduto da un gatto

    uccellinoDisclaimer: le persone impressionabili si astengano dal cliccare la foto e soprattutto non leggano il testo: passate oltre che c’è tante belle notizie sui giornali non vale la pena di leggere il mio blog.

    Per gli altri, anzi per te solo che mi leggi come al solito, ti racconto una cosa che mi è successa oggi. Ero andata da mia mamma come ogni domenica pomeriggio ogni brava figlia dovrebbe fare, sono stata là poco che stava guardando la partita e fibrillava che nemmeno nelle puntate più raccapriccianti del dottor House, mi metteva un’ansia che non ti dico, le ho detto, mamma vado che non ti vorrei menare gramo. Difatti già nel tragitto per tornare che saranno duecento metri a piedi ho sentito le trombette che suonavano, ho subito pensato che l’Inter aveva fatto un gol, tanto per dire il determinismo magico. Ma questo non c’entra. Arrivo a casa e entro nel mio studio progettando di concedermi qualche minuto di relax – vale a dire cazzeggio su internet – e noto subito qualcosa di strano. Piume. Il pavimento era coperto di piumette grigie. Chiamo subito Strillo: sei stato tu? Non mi ha risposto, si è leccato una zampa e si è piazzato davanti alla porta per uscire.
    E’ primavera, lo so come vanno ‘ste cose, gli uccelli sono meno guardinghi e i gatti se ne approfittano. Anche l’altro ieri me ne ha portato uno, me l’ha messo sullo zerbino, è la natura. Non si può andare contro alla natura.
    Prendo l’aspirapolvere e comincio a aspirare piumette, sposto i mobili cercando lo spennacchiato. Il corpo del reato sembrava sparito, restavano solo le prove. Se non altro ho dato una pulita che ce n’era bisogno. Ho cercato anche in bagno e nell’altra stanzetta, ho guardato in corridoio, ho spostato perfino il portaombrelli. La finestra era aperta, forse ce l’ha fatta, è scappato, magari un po’ acciaccato ma s’è salvato. Nelle altre stanze non c’erano piume, quindi. Se non lo trovo, tra una settimana sentirò l’odore, ho pensato, e se no meglio così.
    Avevo ancora mezzo pomeriggio davanti e per cambiare un po’ ho fatto una cosa strana, che non è da me: ho acceso la tele e mi sono messa a stirare. Lo so, non ti stupire, si può cambiare se lo si vuole veramente, come la barzelletta della lampadina e degli psicanalisti. Del resto diluvia, qualcosa vorrà dire.

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  • Diavolerie moderne: gioco a bowling nel salotto di casa

    Stasera ho giocato a bowling. Nel soggiorno di casa mia. Ho vinto, giuro.
    Nel pomeriggio abbiamo comprato un aggeggio che mia figlia desiderava da Natale, non si trovava, era esaurito in tutte le giocherie di Milano. Finalmente è arrivato.
    Si chiama Nintendo Wii, è come una piccola consolle che si attacca al televisore e fa la realtà virtuale. Che a dirlo ci si riempie la bocca, realtà virtuale. E' vero, è proprio vero, è incredibile ma vero. Maneggi una specie di telecomando, nel caso specifico fa le veci della palla, fai tutti i gesti che faresti sulla pista del bowling, solo che invece che mollare la palla rilasci un bottoncino, è molto istintivo, molto fisico, per essere virtuale. E la palla corre, prende la forza, la direzione, gli effetti, tutto quanto e plaf, butta giù i birilli che sembrano proprio veri. Mi scherzavano perchè nel gioco facevo saltare la palla tale e quale sulla pista vera, e strike!
    Se ci penso, dieci anni fa pressappoco mi immaginavo qualcosa di simile in un racconto, che poi non ho mai scritto perché mi sembrava inverosimile, impossibile, irrealizzabile.
    Mai mettere limiti alla fantasia.

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  • Domino

    L'uomo bianco salta sulla riva. Agita le braccia, forse saluta, forse chiama qualcuno. È alto e magro e la sua pelle è arrossata sulle spalle. La sabbia forma piccole buche sotto i suoi piedi nudi, formine nella fontana di farina. Dietro di lui le palme schioccano al vento, le erbe si piegano docili, abituate. Di fronte a lui il mare, chiaro come gli occhi di un bambino. Una barca sta salpando l'ancora. Ombre si muovono in controluce su e giù per la coperta. Si spiegano le vele. La barca accelera appoggiata sull'onda. L'uomo la guarda con le mani a coppa sui sopraccigli finchè non è che un puntino bianco che non si può distinguere dalle creste, laggiù, al largo.

    bimbi a bordo

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  • e i picciriddi crescono

    motorino- Mo, cosa scriveresti se dovessi fare dei pensierini sull'autunno?
    - E cos'e'?
    Intanto smanetta sul piccì: sullo schermo c'e' un gran prato verde con alcune capanne tridimensionali e parecchi omini si muovono apparentemente incontrollati.
    - Massì, le stagioni, non ti ricordi? L'anno scorso, alla fine della prima avete fatto anche una recita, sulle stagioni...
    - Ma io facevo la primavera.
    - Va bene, ma le maestre ve ne avranno parlato, anche dell'autunno, no? Cosa stai facendo, con quegli omini?
    - Vedi, quelli blu siamo noi, i rossi sono i nemici.
    Scrive in una piccola finestra le parole *pizza* e *pepperoni*.
    - Gli devo dare da mangiare, se no diventiamo deboli e perdiamo. Gli devo dare anche le armi, e le case.
    - Pepperoni? Guarda che si scrive con una pi sola.
    Mi guarda stupito, anzi incredulo:
    - Sei sicura?
    Si sente un suono come di corno da caccia. Gli omini cominciano a darsele con le clavine, bruciano le capannine, alcuni si trafiggono con le lancine e cadono con piccoli e graziosi spruzzini di sangue.

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  • E non è neanche primavera

    Questo è giornalismo investigativo documentato e illustrato, come puoi vedere dalle prove fotografiche incluse edit 27 agosto 2017


    Tornando a casa dalla solita visita domenicale a mia madre mi sono trovata sotto ai piedi questa scritta, dalla foto non si vede ma è stata piazzata proprio davanti a un portone.

    scritte sul marciapiede 2007

    (Che poi avere in tasca un telefonino che fa le foto impigrisce pure la vena descrittiva, non ci credo che un’immagine vale più di mille parole, avrei potuto raccontarla invece di mostrala, ma non è questo che volevo dire)
    Quello che volevo dire invece è altro. Volevo dire della faccia che avrà fatto il ragazzo che abita in quel palazzo, perché qualcosa, la forma delle lettere, il cuoricino, la firma (qui non si vede ma era una K: Katia, Kitty, Katy?) mi suggerisce che la scritta sia stata spruzzata da una lei, forse nottetempo, con un paio di amiche a fare da palo, trepide e sorridenti. Giovani, me li figuro tutti giovanissimi, che questo tipo di espressione non si addice agli adulti, dai quali ci si aspetta discrezione e sobrietà, signora mia, mica si può spalmare sull’asfalto una dichiarazione d’amore, un po’ di riserbo, che diamine, poi la gente chiacchiera.
    Che avrà fatto sto ragazzetto, rotolato fuori di mattina presto con gli occhi ancora cisposi di sonno e lo zaino di scuola in spalla? Avrà inchiodato la sua corsa, sarà tornato indietro, avrà scosso la testa sorridendo, avrà pensato ma tu sei fuori, sarà stato lusingato, infastidito, imbarazzato? Si sarà guardato intorno per vedere

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  • Era bianca

    Ho aspettato trepidante la diagnosi: all'inizio sono stati confusi, reticenti: non capivo o non si volevano spiegare con me. Fanno sempre così.
    Ho dovuto mandarci il mio ex e a lui hanno detto tutto: condannata.
    Ho pensato a tutti i momenti passati insieme. Alle avventure e alle disavventure.
    A come spesso l'avevo trascurata e lei, invece, mi era stata sempre fedele, non mi aveva mai abbandonata. Mi aveva sempre riportata a casa anche nelle situazioni più difficili. Mi aveva protetta. Mi aveva riscaldata quando ne avevo avuto bisogno.
    E mi aveva concesso tutta la libertà che una persona può desiderare.

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  • Fiat 124

    Un EDS di it.arti.scrivere sul tema FIAT promosso da quello che oggi chiamiamo Dario ma a febbraio 2003 era per tutti Lubna. Io l'ho risolto facendo la cover di una fiaba della mia tradizione familiare che si intitolava Naso Marcio che anche Italo Calvino cita nella sua raccolta Fiabe Italiane. Il titolo originale era La Chiave

    edit agosto 2017

    C'era una volta un contabile prepensionato che aveva tre figlie da marito.
    La prima si chiamava Morella, era alta e aveva grandi fianchi. Faceva la contabile, come il babbo.
    La seconda si chiamava Ginestra, era pallida e magra, faceva la telefonista in un call center.
    La terza era bionda e delicata, si chiamava Miele e faceva l'apprendista.
    Una sera il contabile prepensionato ando' al bar sport, davano la partita della sua squadra del cuore su tele+.

    Stava commentando ad alta voce la virtu' della moglie, della figlia, della mamma e dell'oculista dell'arbitro che aveva appena concesso un rigore assolutamente opinabile alla squadra avversaria, quando un uomo alto con un cappotto nero allontano' una delle seggiole di pertinenza del suo tavolino: "Permette?"

    Il contabile sollevo' la testa lasciando a mezzo l'ultima considerazione sull'onesta' delle cugine di terzo grado del gia' citato individuo in calzoncini corti: era un tipo burbero e gli piaceva guardare la partita da solo, ma due pupille d'ossidiana lo trapassarono da parte a parte, mandandolo nudo dal fuoco al freddo e dal freddo al fuoco come una sauna norvegese. Boccheggio', ammicco', scrollo' la testa e preso un gran respiro d'interpunzione fini' la sua litania imprecativa con un: "Prego, e' libera."
    Dopo alcuni cognacchini, due goal, un'espulsione e parecchi ulteriori svarioni arbitrali erano amici di sangue.

    L'uomo in nero divento' assiduo frequentatore del bar, prima, e della casa del contabile, poi.

    La sera del ventesimo compleanno di Morella suono' alla porta con un pacchetto di paste nella destra e un astuccio di velluto blu contenente un anello con zircone e coppia di zaffiri nella tasca sinistra del cappotto nero. La dichiarazione fu fatta tra la frutta e il dolce e il fidanzamento consumato dopo cena.

    Sul treno che riportava la coppietta dal viaggio di nozze l'uomo in nero estrasse dal taschino una chiave, meta' di plastica e meta' di ferro. La mostro' alla sua bella: "Sai cos'e' questa?"

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  • Fotografia di mio padre

    Gli stivaloni di mio padre erano di gomma verde militare con la suola a carroarmato marroncina. Erano veramente enormi, sia perché lui portava il 45 di piede che in confronto a me bambina era incommensurabile, sia perché erano altissimi, gli arrivavano a metà coscia e quindi erano un po’ più alti di me. Però erano molli e non stavano su da soli, me li ricordo sempre piegati in due o tre. In alto avevano dei gancetti che volendo si potevano usare per tenerli su, come una specie di reggicalze, accessorio che a quei tempi faceva ancora parte del guardaroba di tutti i giorni delle donne: la mamma e la nonna lo usavano e ho fatto in tempo a usarlo pure io per un po’: le prime collant le ho messe in terza liceo; ma papà non li agganciava, non so come ma in qualche modo gli stavano su da soli.
    Qualche volta mio fratello aveva provato a infilarseli ma anche se si piegavano non riusciva ad arrivare in fondo col piede e non poteva fare nemmeno un passo, mica come pollicino che aveva rubato quelli dell’orco e gli stavano a pennello.

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  • Giocare a bridge col sistema naturale

    La licitazione è appena finita, mio nonno e il suo giovane compagno, tal Danilo Milella(*) che non ho mai conosciuto, si sono aggiudicati il contratto con briscola a cuori, la prima carta è stata giocata da tre giocatori e mio zio Mario sta calando la sua in questo momento preciso di chissà quanti anni fa, forse settanta o forse ancora di più.

    giocare a bridge col sistema naturale

    Siamo nella cucina di mia nonna, riconosco il fornello con dietro il quadretto di piastrelle e so che nell’angolo alla sua sinistra si trova il lavandino di graniglia con i piatti lavati appoggiati sullo scolatoio.

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  • I piloni sul Ticino

    A Sesto Calende, dove il lago Maggiore diventa Ticino o viceversa, c’è un ponte che collega la riva lombarda con quella piemontese. Accanto a questo ponte nuovo un tempo doveva essercene uno vecchio, che però a un certo punto non serviva più, forse non era adeguato, non era a norma, non lo so perché a un certo punto han deciso di costruire quello nuovo: di fatto due ponti vicini non servono, è evidente, uno va demolito. E così avran fatto, avran demolito il vecchio ponte, avran portato via pezzo a pezzo le strutture metalliche, le travi, le strisce di asfalto. Tutto tranne i piloni. Non so perché han lasciato lì i piloni, che erano dei parallelepipedi di cemento grandi più o meno tre metri per quattro e alti sull’acqua un paio di metri. C’erano degli scalini di tondino di ferro su una delle pareti, non so se li hanno messi dopo o sono sempre stati lì, non riesco a immaginare a che scopo costruire dei gradini sui piloni di un ponte, ma tant’è. I pescatori li usavano per salire sui piloni, che erano quattro o cinque, non mi ricordo esattamente.

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  • Il dolore del ragno

    Ho visto davanti a me come in un sogno la vespa pompilide iniettare il suo
    siero dentro al ragno, che resti immobile ma vivo, e deporre il suo uovo
    nella carne perchè la larva possa trovare nutrimento a suo bisogno.

    E' crudele la vespa che segue la sua natura?

    Non lo so, la natura stessa è a volte crudele.

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  • Il marito

    Questo era un eds di it.arti.scrivere promosso da Fabrizio Patriarca, un giovanotto che successivamente ha pubblicato anche qualche libro. Aveva cominciato la serie descrivendo vari tipi di fidanzata, altre han continuato parlando male dei fidanzati, io ho fatto la mia parte con questo e qualcuno, a seguire, ha detto tutto sui mariti delle altre...

    Il marito (Maritus coniugalis coniugatus) discende direttamente dalle scimmie senza passare per Lucy, e questo lo può facilmente postulare qualsiasi moglie guardandone uno alla mattina presto prima del caffè.

    Esistono due specie distinte di mariti: i mariti propri (Maritus coniugatus) e i mariti delle altre (Maritus efficientissimus), di cui si hanno notizie solo per sentito dire o per averli visti al supermercato guidare carrelli stracolmi con amorevole premura. In questa trattazione mi occuperò principalmente dei mariti propri, di cui posso produrre documentazione certa e ampia letteratura.

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  • Il nuovo blog della Donna Camel

    traslocoLa novità è che adesso ti portano a casa la roba. Anche in poche ore, in mezza giornata. Quando ero piccola io c'era il monco, era il garzone del droghiere. La mamma telefonava e lui arrivava subito, aveva una borsa a tracolla lunga e stretta, ci stavano tante bottiglie d'acqua minerale, il pacchetto del caffè macinato su misura da loro, il fustino del dixan, la marmellata di pesche. Hero, come adesso, certe marche hanno resistito all'ingiuria del tempo.
    Il latte lo lasciavano davanti alla porta ogni mattina, all'inizio nella bottiglia di vetro, poi quando hanno inventato le piramidi - per modo di dire, non è una piramide ma una forma che non esiste in natura - hanno smesso di portarlo, è stata colpa delle due sorelle gemelle che hanno preso il posto del lattaio. Lui regalava caramelle, le due arcigne nemmeno un sorriso.

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  • Il posticino

    A Cavi di Lavagna c'era una specie di palafitta, una piattaforma poggiata su pali di cemento rotondi, come colonne disadorne.
    Sopra c'era il bar dei Bagni Marinella, le docce, le vaschette per lavare i costumi e le cabine. Erano tutte costruzioni di legno, o meglio, la maggior parte lo era, perché alcune cabine erano di muratura, quelle dal numero uno al numero otto.
    Sotto c'era l'ombra. La sabbia era sempre fresca sotto. C'era pure l'altalena sotto: due corde e una tavoletta di legno slavata dai sederi dei bambini.

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  • Il tempo delle macchine

    La prima, quella che non si scorda mai, era una cinquecento blu col tettuccio apribile. La guidavo da sola e non avevo ancora la patente. Andavo di nascosto a trovare il mio fidanzato: punta e tacco, scalavo le marce con la doppietta, e raccoglievo autostoppiste su strade tortuose di montagna.
    Non aveva sedili ribaltabili, ma un comodo divanetto per due, dietro.
    Aveva il sapore della liberta'.

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