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Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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Succede a volte che gli scrittori, quando parlano di scrittura, dicano di osservare gli sconosciuti che incontrano nelle situazioni quotidiane per ricavarne ispirazione. Più volte mi è capitato di leggere di qualche scrittore che, facendo finta di niente, origliava le conversazioni dei vicini di tavolino al bar, o in coda alla posta, in tram e così via. Ho provato qualche volta anche io, quando mi ricordavo perché di solito ho la testa tra le nuvole e penso ai fatti miei o più facilmente leggo un libro, ma non ho mai trovato niente di interessante, solo frasi banali trite e ritrite, il festival del luogo comune, la saga dello stereotipo da sfuggire come la peste, tanto per usare un'espressione originale.


Ma ieri mi è successa una cosa che mi costringe a rivalutare l'osservazione sul campo. Stavo tornando a casa da non so dove, camminavo nella mia via, quando ho sentito un tizio che gridava nel suo telefonino. Era una cinquantina di passi dietro a me, ma parlava a voce talmente alta che non ho potuto ignorarlo. Stava dicendo: "Prendere un leone costa sessantamila euro". Caspita, ho pensato. Una bella cifra. Ho rallentato un po' per sentire meglio "Sì, sì, uno vecchio. Uno già uscito dal branco. Uno isolato, ma ancora forte." Ero curiosa di vedere in faccia il tipo, ma non mi pareva il caso di voltarmi. Per un po' è stato zitto, forse ascoltava il suo interlocutore: ne avrei avute anch'io di domande da fargli... Nel frattempo sono arrivata davanti al portone e con la scusa di armeggiare con le chiavi ho girato un attimo la testa e l'ho visto. Era un uomo qualsiasi, leggermente sovrappeso, circa quarantacinque anni, capelli corti scuri, portava una giacca leggera e una sciarpa. Non aveva il phisique du role del cacciatore di leoni, questo va detto. Ho aspettato che mi raggiungesse e mi superasse ma non ha detto nient'altro di significativo. Sarà stato un bracconiere o un emissario di uno zoo? O magari un incaricato di qualche parco naturale africano, che voleva vendere i capi più deboli per finanziarsi? Già pensavo ai quarantanove racconti di Heminguay e mi dicevo da sola, lo vedi come è ancora attuale la storia della sfida epica contro la natura, pure in questa nostra società così ecologica. C'è gente che paga sessantamila euro per "prendere" un leone, qualsiasi cosa possa voler dire, visto che non ha mai pronunciato parole come sparare o abbattere, uccidere cacciare ammazzare sterminare. Mi sono anche detta che forse invece era tutto un codice segreto e si trattava di ben altro che leoni della savana: basta guardare Report per sapere che i faccendieri senza scrupoli usano le più colorite metafore per scambiarsi informazioni riservate.

 

Allora è vero, ho pensato dopo, a casa. E mi sono ripromessa di tenere occhi e orecchie ben aperti d'ora in avanti, che il mondo là fuori è pieno di storie e di personaggi. Così stamattina in tram mi sono inventata un giochetto, qualcosa che magari potrebbe venirmi utile. Si chiama "Dai un nome ai passeggeri" e funziona molto bene nei tram che hanno le due panche lungo le fiancate, o nella metropolitana. Si guarda la fila di persone sedute di fronte e si prova a indovinare come si chiamano. Stamattina ho visto un Guido (o Carlo), una Antonietta, un Piero, un Giovanni e un Luigi. Sul Guido (o Carlo) ho applicato un secondo giochetto, che ho inventato lì per lì, che si chiama "Chi è costui, Carneade?". Questo Guido (o Carlo) era un tipo massiccio di circa 35/38 anni, con la faccia quadrata, i capelli chiari, corti e tutti in piedi a ciuffetti per il gel. Indossava un bomber grigio-verde e dei jeans chiari. Aveva gli occhi cattivi, grigio ghiaccio, e una smorfia incazzata sulla bocca. Questo qui potrei tenermelo da parte per quando dovessi avere bisogno di un antagonista. Secondo me è un ex giocatore di rugby che di lavoro fa il magazziniere, perde tutta la paga alle macchinette del videopoker e vive con la madre, che lo mantiene. E' stato piantato dalla morosa e rischia il licenziamento perché di tanto in tanto picchia i colleghi di lavoro, spintoni e minacce per lo più. Ma una notte...


Commenti al Post:

Caccia grossa - quando non si scrive si va a caccia di personaggi


Arvalius il 16/01/10 alle 10:19 via WEB
Anche quando qualcuno ordina dal salumiere un etto di mortadella si possono avere buoni spunti :)

LaDonnaCamel il 17/01/10 alle 12:21 via WEB
Hai voglia! E prosciutto, salame, caciottelle: è un po' di più: lascio? ;)

petarda il 06/02/10 alle 09:59 via WEB
errata coccige: "si possono avere buoni spuntini"

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