testata camel

Prima il testo e poi lo spiegone sull'esercizio da fare e su quelli fatti: visto si stampi.

 io non centro ultimo esercizio e sesto senso

Avevo accompagnato Marina e Bruno all'ascensore. Stavamo lì sul pianerottolo a dirci le ultime cose, delle volte si tirava in lungo e mia madre veniva a brontolare in camicia da notte, allora la smettete, diceva dallo spiraglio della porta trattenuta come se fosse inserita la catenella, ti chiudo fuori.
Io alzavo gli occhi al cielo e gonfiavo le gote a sbuffare, loro due ridacchiavano sottovoce e mi guardavano ma non si muovevano. Io buttavo fuori l'aria a poco a poco.


Dev'essere stata una di quelle volte lì, ora non mi ricordo con precisione. La scena si sovrappone ad altre e potrebbe essere successo chissà quando, ma Marina aveva un montgomery scozzese quindi doveva essere inverno, di Bruno ricordo solo i riccioli fitti. Dev'essere stato l'anno della quinta, in quarta aveva il parka. E poi Bruno lo vedevamo solo in quinta, dopo la maturità ci siamo persi di vista. Marina in quel tempo stava con Luca, io con Luigi e alla sera ci vedevamo con Bruno con la scusa del gruppo di studio di filosofia. Venivano loro da me perché io non potevo uscire, ero la gamba di legno della compagnia, non potevo mai fare niente.
La conversazione era calata al silenzio, stavano per andare davvero a casa. Non so dire se fosse tardi, di certo prima di mezzanotte. Ho pensato forte, dai baciala, baciala sulla bocca, dai, me lo sono immaginata piegare la testa per far schivare i nasi, un mezzo sorriso senza incertezza, senza chiedere permesso. Mi sono immaginata lei ferma, si prendeva il bacio, le braccia lungo i fianchi.
Lui l'ha fatto.
Si sono baciati e poi ci siamo guardati tutti e tre imbarazzati. Qualcuno ha aperto l'ascensore, era già lì da chissà quanto, e sono andati.
Non abbiamo fatto parola dell'accaduto, né il giorno dopo a scuola né mai e ora potrei anche pensare di averlo sognato se non fosse successo ancora. Non erano Marina e Bruno stavolta, erano due sconosciuti in aula magna, durante un’assemblea. Non so se fossero sconosciuti tra loro, erano di certo sconosciuti per me, erano seduti distanti e mi sono concentrata un bel po', ero lì da sola e mi annoiavo. Lui si era alzato - eravamo seduti tutti per terra, la schiena appoggiata alla parete in fondo, nella zona dove c'è più buio. Si era inginocchiato davanti a lei e l'aveva baciata. Lei, una biondina bassa con le allstar nere, c'era stata.
Sono andata avanti per mesi a fare esperimenti, non solo coi baci. Mi concentravo forte e facevo muovere le persone. Li facevo alzare e andare via, oppure li spostavo da una sedia a un'altra. Li guardavo o non li guardavo era lo stesso, adesso non so dire come facevo. Pensavo forte una cosa e accadeva. Funzionava quasi sempre, delle volte nemmeno mi accorgevo, mi rendevo conto dopo.
Anche se a dire il vero non ci ho creduto mai troppo, mi dicevo son tutte coincidenze. Chiunque lo avrebbe potuto pensare. Se l'avessi raccontato a qualcuno, ma a chi? Non mi avrebbero creduto. Qualche volta mi sono divertita a far attraversare la strada col rosso a un professore, i voti non riuscivo mica a farmeli mettere come volevo. Il più delle volte erano solo strombazzate di automobilisti nervosi. Una volta sola c'è stata una botta, ma piccola, solo una frattura e nemmeno scomposta. Del resto mi aveva dato cinque meno e avevo studiato, mi ero preparata bene. Cinque meno era un'ingiustizia.
Poi ho smesso di crederci, è tutta autosuggestione. Non è vero, non riesco a far fare alle persone le cose. Magari fosse possibile. Delle volte le cose succedono, non ci si può fare niente. Le disgrazie e le cose belle. Il destino non esiste, sono tutte balle. Si fanno cose a caso e poi si cerca a ritroso un motivo, si giustifica, si razionalizza. Ci diamo delle buone ragioni per tutto. Storicizziamo, lo facciamo per dare un senso o per darci un senso, una direzione logica o teleologica.
Sarebbe bello se ci fosse un senso, ci piacerebbe. Tutto qui.

Se hai scritto il tuo eds - o se lo scriverai - era perché ne avevi voglia tu. Davvero. Io non c'entro.

 

Lo spiegone

"Raccontiamo quello che vediamo, dice la regola, e noi vediamo quello che sta alla luce: dunque è la luce che scrive, noi siamo la pellicola che si impressiona. La luce modella il paesaggio, dà forma ai volti dei personaggi, passa sulle cose e le offre agli occhi. Come gazze ladre siamo attratti dai dettagli luccicanti: luccicano le trote nel grande fiume, luccicano le asce sulle spalle degli indiani, luccica la mostrina del soldato che passa con la sua ragazza nella notte, prima di dileguarsi nel buio. Di qua c’è un lampione, un bar all’aperto, l’ultimo cliente ubriaco, un cameriere che ha fretta di chiudere e l’altro no, perché è anche lui di quelli che non vogliono andare a letto; per loro«un posto pulito, illuminato bene» è tutto quello che serve per superare la notte, e arrivare sani e salvi all’alba."
Paolo Cognetti, nella sua rubrica fissa su Minima e Moralia, qui

Lo sanno tutti che considero Paolo uno dei miei piccoli maestri, non è strano quindi che voglia cominciare questo post con una sua citazione. L'articolo è uscito stamattina, è attuale e perfetto per parlare della vista, sembra che ci siamo messi d'accordo. Non l'abbiamo fatto e sarebbe stato d'aiuto per l'eds: la storia delle tre luci, per esempio.

Prima di passare in rassegna i singoli pezzi con le mie solite, sconsiderate annotazioni vorrei lanciare subito, senza por tempo in mezzo, l'ultimo esercizio della serie dei sensi: dopo il gusto e l'udito, l'odorato, il tatto, la vista voglio che parliamo del sesto senso.
Esiste o non esiste? Coincidenze, serendipità, baguanate new age, fatti strani e inspiegabili ai confini della realtà, ma con misura, mi raccomando. Delle volte la magia di un momento è data da cose molto materiali: un aperitivo sulla spiaggia davanti a un tramonto strepitoso, la nebbia che attutisce i suoni, lo stordimento di un fatto imprevedibile, un sorriso ricevuto o regalato che svolta la giornata.

Racconta una cosa che non sai definire.
Entro il 24 giugno a mezzanotte.
Non usare mai la parola che.

Poi facciamo l'ebook.
Ci sto lavorando, sto raccogliendo i racconti, anche le mie introduzioni e i miei commenti. Sto mettendo tutto in fila, lo impaginerò e poi lo farò girare tra noi, tra quelli che hanno partecipato. Non vorrei fare un editing spinto, il bello degli esercizi è anche questo, si deve vedere il lavoro che ci sta dietro, i progressi fatti.
I refusi li tolgo, ma il resto lo lascio.
Durante questo intertempo, cioè fino al 24 giugno, oltre a quest'ultimo eds sul sesto senso accetterò anche ripensamenti su gli altri cinque sensi: se hai voglia di scrivere un esercizio che risponda ai requisiti, questo è il momento giusto. I link ai bandi stanno sulla colonna a sinistra.

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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