testata camel

Ogni volta che passo nel triangolo tra via Vassallo, via Cagliero e Piazza Farina, una rotonda non lontano da casa mia, non posso fare a meno di pensare a un racconto che avevo scritto qualche anno fa per l'eds sui colori, quello sul giallo che doveva tra l'altro contenere una canzone dei Beatles. Guardo le case rosa, il cortile dell'oratorio, l'aiuola nel mezzo dell'incrocio e mi sembra di vedere il sagrestano che esce furtivamente dalla palazzina D, Luigina Pietrobono che suona il campanello della canonica, Eleonora Ribbi che raccoglie il riso sul sagrato della chiesa.
Probabilmente tutto questo mi succede ancora perché sono andata più volte a vedere i luoghi dove pensavo di ambientare le singole scene, me li fissavo bene nella mente perché volevo dare un contorno reale ai miei personaggi inventati, con la certezza che questo mi avrebbe aiutata a farli sembrare più veri, anche se poi dentro nel testo non mi sono dilungata in lunghe descrizioni manzoniane a volo d'uccello tipo rami di laghi e catene non interrotte.
La sospensione dell'incredulità funziona meglio se ci metti dentro qualche cosa di vero o almeno verosimile e il mio lettore non vede l'ora di crederci. Io, che sono gentile, non vedo l'ora di farglielo credere.

Nel tempo la piazza è cambiata, ma era già diversa anche quando scrivevo il racconto, che peraltro si apre su vari squarci temporali di cui non ho voluto dare una collocazione precisa. Non ho esplicitato le date, che si possono facilmente desumere dal contorno: un periodo più o meno attuale e l'altro verso la fine degli anni sessanta, non perché non le sapessi, ma perché funziona meglio se il lettore ci arriva da sé: è sempre la solita regola dello show don't tell.
Ogni volta che passo mi riguardo bene i punti cospicui e per me sono ancora significativi, sebbene non corrispondano alla topografia attuale nemmeno nelle parti che ho ambientato ai giorni nostri, per esigenze narrative ho preferito utilizzare una versione leggermente retrodatata della location, dopotutto il tempo della storia è il passato remoto.
Così un osservatore esterno potrebbe facilmente pensare che niente è rimasto di questo posto: i tempi non coincidono, i paesaggi sono cambiati, i personaggi inventati, dunque che m'importa?

esterno giorno come scrivere descrizioni ambientali convincentiTe ne racconto un'altra, stessa storia di una location che mi sono studiata a memoria prima e durante la scrittura: la chiesa di San Gioachimo, che si trova tra piazza della Repubblica e Porta Nuova. La storia che volevo raccontare si svolgeva nel 1917, la chiesa esisteva già e so anche chi era il prevosto vero, Padre Francesco, dentro c'è tutta la lista e gli anni, nomi e cognomi scolpiti nel marmo, ma il paesaggio circostante era molto diverso. Il quartiere è cambiato drasticamente, dove c'era una stazione ferroviaria dopo la guerra ci hanno messo un luna park e adesso i grattacieli della moda, la viabilità è stata stravolta, hanno eliminato gallerie, terrapieni, binari. Ma la chiesa è rimasta, come pure la sua struttura interna, le colonne, la forma del transetto e la posizione del pulpito, delle finestre, la pianta. Ho dovuto documentarmi, si capisce, il sopralluogo non sarebbe stato sufficiente, soprattutto per le scene che si svolgevano all'esterno. Ho trovato le foto, ho confrontato le mappe. Ho dovuto immaginarmi il resto e anche qui adattare gli spazi alle mie esigenze narrative, dunque a voler essere precisi, in nessuno dei due casi la mappa corrisponde al territorio, del resto: quando mai?.

Però quando passo da quelle parti guardo e ci penso, magari  ci scappa anche un sorrisetto, mi sento a casa, voglio bene a questi luoghi come se ci fossi nata e invece sono nata all'ospedale di Niguarda.
Vien da pensare. Ma perché ci tengo così?
È questo il bello. Mistero.

Resta il fatto che ci sono grandi autori che si sono inventati interi mondi dal niente, terre di mezzo, cosmologie in due dimensioni, isole che non ci sono e pianeti che si basano su leggi della fisica diverse dalle nostre: come hanno fatto? Camuffando le cose che avevano visto e facendole sembrare altro: nulla si crea dal niente, tutto quello che scriviamo deriva dal rimontaggio dei materiali che abbiamo nel nostro magazzino, taglia, cuci, incolla e poi una bella mano di vernice: un po' come nei sogni ma con quel tocco di magia che è dato dalla capacità dell'artista di far provare ai lettore le stesse cose che ha provato lui.

(la foto proviene da internet, l'ho trovata in più luoghi ma cito volentieri questo sito http://www.giusepperausa.it/cinema_pellico.html perché il cinema Pellico era di mio zio e ci sono stata qualche volta da bambina)

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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